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17 Giu

Benvenuti

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C’è un momento in cui si perdono le parole, e la memoria è un suono, è un gesto. Le relazioni tra arte e musica sono in questi ultimi decenni sempre più strette, più pressanti. Gli automatismi del disegno ben si collegano con l’improvvisazione musicale. E poi l’arte, la pittura, hanno sempre più invaso i campi delle altre discipline, sconfinando nella performance, nel teatro totale, nell’esecuzione musicale. Fino ad arrivare a quello che può sembrare un paradosso – ma paradosso non è – che anche una nota musicale è “pittura”, anche un suono è immagine. In un contesto così articolato e complesso si va ad inserire l’escursione di Enzo Gravante, critico musicale, nel campo delle arti visive. Ed è come se la scrittura critica prendesse le forme dei propri sogni, usando la musica come ipotetica sponda. E’ un processo di traduzione dalla musica alla scrittura e dalla scrittura all’immagine. E’ un meccanismo a incastro, dove il critico Enzo Gravante si trasforma nel suo anagramma, nell’artista Zeno Travegan, e disegna sulle corde del jazz e della musica in generale. C’è freschezza di invenzione, c’è ritmo sincopato, c’è feeling nei disegni di Zeno Travegan. A volte vivono emozioni pure, semmai con quel richiamo all’infanzia che è la testimonianza  di un viaggio nel primitivismo, nello slang delle origini, in quella purezza di segni e di note. Enzo Gravante, critico musicale, Zeno Travegan artista disegnatore. Due facce della stessa realtà, due vicende complementari. E’ vero che il critico ha il sopravvento, com’è giusto che sia. E’ vero che la mostra stessa si trasformi in una sorta di evento visuale e musicale al tempo stesso. Ma è pur vero che non esiste un lato oscuro della luna e Giano Bifronte si svela con serenità nella sua doppiezza linguistica. All’inaugurazione una chitarra detta le regole della performance. E non sembra un caso che anche Giuseppe Chiari, l’artista fluxus che – insieme con John Cage -  ha maggiormente esplorato i territori di confine tra arte e musica, intitolasse “La chitarra” una sua mostra. E’ la duttilità stessa dello strumento a corde a far vibrare “sogni, segni e disegni…” Enzo Battarra  (critico d’arte) 1997