La critica

C’è un momento in cui si perdono le parole, e la memoria è un suono, è un gesto. Le relazioni tra arte e musica sono in questi ultimi decenni sempre più strette, più pressanti. Gli automatismi del disegno ben si collegano con l’improvvisazione musicale. E poi l’arte, la pittura, hanno sempre più invaso i campi delle altre discipline, sconfinando nella performance, nel teatro totale, nell’esecuzione musicale. Fino ad arrivare a quello che può sembrare un paradosso – ma paradosso non è – che anche una nota musicale è “pittura”, anche un suono è immagine. In un contesto così articolato e complesso si va ad inserire l’escursione di Enzo Gravante, critico musicale, nel campo delle arti visive. Ed è come se la scrittura critica prendesse le forme dei propri sogni, usando la musica come ipotetica sponda. E’ un processo di traduzione dalla musica alla scrittura e dalla scrittura all’immagine. E’ un meccanismo a incastro, dove il critico Enzo Gravante si trasforma nel suo anagramma, nell’artista Zeno Travegan, e disegna sulle corde del jazz e della musica in generale.

C’è freschezza di invenzione, c’è ritmo sincopato, c’è feeling nei disegni di Zeno Travegan. A volte vivono emozioni pure, semmai con quel richiamo all’infanzia che è la testimonianza di un viaggio nel primitivismo, nello slang delle origini, in quella purezza di segni e di note. Enzo Gravante, critico musicale, Zeno Travegan artista disegnatore. Due facce della stessa realtà, due vicende complementari. E’ vero che il critico ha il sopravvento, com’è giusto che sia. E’ vero che la mostra stessa si trasformi in una sorta di evento visuale e musicale al tempo stesso. Ma è pur vero che non esiste un lato oscuro della luna e Giano Bifronte si svela con serenità nella sua doppiezza linguistica. All’inaugurazione una chitarra detta le regole della performance. E non sembra un caso che anche Giuseppe Chiari, l’artista fluxus che – insieme con John Cage – ha maggiormente esplorato i territori di confine tra arte e musica, intitolasse “La chitarra” una sua mostra. E’ la duttilità stessa dello strumento a corde a far vibrare “sogni, segni e disegni…”

Enzo Battarra

 

Osservando i disegni di Enzo Gravante, s’intuisce il desiderio di comunicare e rendere visibile l’estrema importanza data ad una peculiare sensazione interiore, una presa di coscienza su quel che di più intimo e autentico ci possa essere: sé stesso. I suoi disegni, dipanandosi più per automatismo che per effettive ricerche estetiche, risultano caratterizzati da un tipico e generalizzato atteggiamento giovanile diffuso, d’altronde, in molte avanguardie artistiche del primo novecento. Un atteggiamento, quello di Gravante, riducibile alla necessità di proporre il suo sentire al di là di ogni accademismo, non per protesta, bensì per elargire una personale ri-formulazione di contenuti inerenti il suo spazio vitale. Lo spontaneismo estetizzante del pittore incanala una “joie de vivre” e un’espressione fantasiosa che risulta comunicativa a tutti i livelli: da quello artistico-letterario, a quello poetico-musicale. La sua intenzione si discosta dalla volontà di creare opere d’arte intese tradizionalmente, poiché non si definisce artista in senso stretto; teoricamente però sembra voler fare piazza pulita delle convenzioni pittoriche pregresse, manipolando forme e colori che provano a capovolgere le regole del gusto e della “buona” percezione. Il procedimento istintivo, o automatico, s’impossessa del baricentro della sua poetica, permettendo alle immagini di fluire senza filtri e d’essere registrate sul foglio. Gravante plasma un difforme modello di realtà, reinventando linguaggi per saggiare sempre la modificazione non dell’uomo, ma del suo essere nel e del mondo.  E’ il suo inconscio che lo guida verso l’onnipotenza creativa del desiderio di cristallizzare stati d’animo, esternata dal gioco realmente disinteressato del suo pensiero. Quel che affiora dai suoi disegni, ci istruisce su come l’arte non è solo rispecchiamento di storia e cultura sociale, ma la risultanza d’un linguaggio interno, indipendente da condizionamenti, e che discende da quella volizione e bisogno di creare comune agli esseri umani: una pulsione super-soggettiva orientata solo dalla sua storia. Con elementi infantili originali, Gravante sembra non apprezzare le enormi scoperte concettuali del ventesimo secolo, mentre questo ripartire da zero getta, forse, un’ancora di salvezza alla concezione dell’artista, facendo rifluire l’arte stessa nella dimensione pacata e quotidiana della nostra esistenza.

Anton Giulio Niccoli

Zeno Travegan, esponente di spicco della corrente pittorica che la critica ha definito “neofauvismo”.
I suoi lavori fatti d’immagini essenziali, quasi primitive, sono dotati da una forte luminosità generata dall’accostamento di colori puri. Pur essendo opere di grande intensità espressiva in esse non c’è angoscia esistenziale e neppure intento polemico e critico nei confronti della società, ma essenzialmente un profondo interesse per il colore, usato in modo libero e in funzione anche emotiva, oltre che costruttiva, sulla scia dei pittori fauves e del più recente Basquiat.
La sua arte si basa sulla semplificazione delle forme, sull’abolizione della prospettiva e del chiaroscuro, sull’uso di colori vivaci e innaturali, sull’uso incisivo del colore puro, spesso spremuto direttamente dal tubetto sulla tela, e una netta e marcata linea di contorno. Importante non è il significato dell’opera, ma la forma, il colore, l’immediatezza generata da suggestioni e stimoli diversi che caratterizzano un nuovo modo espressivo.

Ugo Corvino

 

ZENO TRAVEGAN… Un percorso artistico che si identifica in una riduzione formale e cromatica. Simboli e icone sono ripetuti con la stessa forma ma con differenti cromie tali da rendere il suo linguaggio come una post-pop art intesa come arte che privilegia le immagini “simbolo” quali elementi costitutivi della comunicazione contemporanea.

Sergio Zanichelli 

 

Zeno Travegan – nome d’arte di Enzo Gravante – giornalista e critico musicale che divide il suo percorso creativo tra il Jazz e la pittura. Curioso osservatore delle novità, Travegan esplora diversi stili attraverso tutte le tecniche e i supporti: dalla carta da pacchi, alla juta, al vinilico vintage. Stop Words, stop alle parole; sono i colori a parlare in un “lessico” visivo fatto di tratti, simboli e semplici parole scritte, che ricordano i segni lasciati sui muri della città, quei graffiti che escono dagli angoli bui della metropolitana. Poche forme espressive per una stupefacente vitalità di colori, che mette in risalto le relazioni con il jazz col talento grafico e creativo. Il racconto di un artista poliedrico che ripercorre le tappe più importanti di un percorso le cui stagioni hanno titoli metaforici come “Mini Cup Peace”, “Build Face” , e “Pop Smile”. Da non perdere gli ormai celebri “Roots”, omini colorati dalla grafia elementare e dalle forti connotazioni simboliche, che hanno dato una precisa cifra distintiva alla produzione di Travegan.

(M.L.)